Roberto Vernetti: trinese, nome importante della discografia italiana. Trino, la musica, la Cambogia, un nuovo progetto

E’ un nome importante della discografia italiana ed è trinese. Nato il 25 luglio 1965, Roberto Vernetti è un nome importante in questo settore. Musicista, sound designer, produttore, compositore. Vernetti lo abbiamo incontrato di recente a Trino e con lui abbiamo trascorso un paio d’ore molto interessanti e piacevoli, durante le quali ci ha parlato dei suoi trascorsi e dei suoi progetti.

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Roberto, come nasce la tua passione per la musica?

“Per caso, anche perché in casa mia non è mai stata tra le preferenze. Avevo 10 anni e a Natale mia zia mi regalò una chitarra, ma ci rimasi malissimo, ero deluso, però quello fu un momento fondamentale per farmi avvicinare alla musica. La prima lezione di chitarra fu da Gino Mantilaro, mi piacque e così da quel momento il tempo libero iniziai a dedicarlo alla musica. Sono sempre stato per lo più un autodidatta, in tutto”.

Quando hai lasciato Trino?

“Frequentavo le superiori e all’ultimo anno mi ero trasferito da un mio amico a Biella. Era il 1984-85, da quel momento mi sono sempre mosso in giro per l’Italia e per il mondo”.

Quali sono i tuoi ricordi di Trino?

“L’ho frequentata con gli amici fino alle scuole medie, poi dagli anni del liceo ho iniziato a suonare con la band degli Indigesti e a girare l’Italia nei fine settimana. A Trino avevo suonato alla Casa del Popolo nel primo concerto con gli Indigesti”.

Roberto Vernetti con gli Indigesti

Roberto Vernetti con i Trans XXX nell’87

Quali sono stati i tuoi passi nel mondo della musica?

“A fine anni ‘80 ho iniziato a lavorare con la Banda Osiris perché usavo il synt e intanto un amico mi parlò di uno studio a Milano che cercava programmatori, sostenni il colloquio allo studio Metropolis. Fu breve, mi misero alla prova, piacqui e di colpo diventai uno dei tre o quattro programmatori principali d’Italia. Non sapevo di essere così bravo. Lavorai in quel periodo con Flavio Premoli, Rocco Tanica, Lucio Fabbri. Fino al 1995 sono stato programmatore, lavorai con tantissimi esponenti del pop italiano. Nel ‘95 poi divenni produttore con gli Ustmamò”.

In mezzo ci sono gli Aeroplanitaliani: come è stato quel periodo?

“Il progetto nacque insieme ad Alessio Bertallot e partì nell’87 con i primi esperimenti di rap in italiano. Nel 1991 vincemmo il concorso Indipendenti ‘91 organizzato dalla rivista Fare Musica, ci volle Caterina Caselli e nel 1992 andammo al Festival di Sanremo col brano “Zitti zitti (Il silenzio è d’oro)” e vincemmo il “Premio della Critica”, mai avuto fisicamente in mano”.

Roberto Vernetti ai tempi degli Aeroplanitaliani

Ti va di raccontarci quella esperienza sanremese?

“Il nostro approdo a Sanremo è stato progettato in sei mesi, volevamo proporre qualcosa che avesse un significato, così abbiamo creato una intro su cosa stava succedendo, la nascita dell’information overload, sul fatto che si faceva solo rumore e si stordiva la gente, puntando sull’importanza del silenzio. L’intro era rappata su base techno, seguita da 30 secondi di silenzio, come uno spot pubblicitario durante il quale però non succede niente. Poi restavano due minuti e mezzo per la canzone. La Caselli ci credeva molto. Cosa successe quella sera al Festival? Il picco di audience della serata fu registrato in quei 30 secondi di silenzio. Era una bomba, tecnicamente difficile. Gestire tutto ciò non fu facile, ma la Caselli ci credeva molto e ci aveva spronati a farlo. Inoltre noi a Sanremo siamo restati in silenzio stampa, non abbiamo fatto le foto per Sorrisi e Canzoni, ma in sala stampa portavamo vassoi di bignè ai giornalisti, scrivendo parti del nostro testo sotto la carta, mentre consegnavamo alle radio ogni giorno una trasmissione di 15 minuti da mandare in onda con Alessio (che lavorava già a Radio Vercelli) come DJ. Il gran finale: ci fu assegnato il “Premio della Critica”. Pippo Baudo ci aveva invitati al Dopo Festival, ma noi eravamo in silenzio stampa e non andammo. Ce la fece pagare. Per ritirare il premio dovevamo salire da due parti diverse del palco e incontrarci con Baudo in centro, ma lui non si fermò e noi uscimmo dall’altra parte. Non abbiamo mai avuto quel premio”.

Gli Aeroplanitaliani

Perché sei diventato produttore?

“Con gli Aeroplanitaliani ci producevamo noi, così mi resi conto che quella era la mia vera natura, stare dietro le quinte e produrre musica. Mi cimentai in questo campo, arrivando a produrre l’album degli Ustmamò nel 1995, il mio primo lavoro vero da produttore, lasciando la mia impronta. Da lì ho iniziato a cambiare città. Dal 1992 a Milano, poi nel 1998 andai a Londra, era il top, la musica che mi piaceva arrivava da quel luogo. Ci restai fino al 2001, sempre producendo per l’Italia. In seguito mi trasferii a Bologna dal 2002 al 2007, poi lo studio a Vercelli nell’area ex Montefibre fino al 2014, poi cinque anni a Bergamo. Ho anche partecipato a tre edizioni di X-Factor: nel 2009 come vocal coach per il giudice Claudia Mori, nel 2015 come producer per Skin e nel 2019 come producer per Malika Ayane. A fine 2019 mi sono trasferito in Cambogia, dove vivo ancora”.

Come è stata la tua esperienza in Cambogia?

“Vi ho vissuto il lock down per il Covid-19, un anno e mezzo, così cambiò tutto e chiusi lo studio a Bergamo. Quello per me fu un momento strano, ma fu d’impulso per riprendere il mio lavoro, comprai ciò che mi serviva, contattai la gente con cui avevo lavorato gli anni precedenti e ripartii. In Cambogia abbiamo vissuto le regole Covid-19 più che altro come prevenzione, eravamo tutti vaccinati, nessuno stava male. La situazione per quel Paese però era difficile, la preoccupazione per molte persone non era quella di morire di Covid-19, ma di morire di fame. Quel popolo crede molto nella fortuna e nella positività, sono Buddhisti. La loro filosofia di vita mi ha insegnato molto, come di non preoccuparsi troppo di cosa può succedere o disperarsi su come sarà il futuro, mi ha insegnato che bisogna preoccuparsi dei problemi quando si presentano, non prima. Il loro approccio ha senso: ci si preoccupa solo quando è il momento di farlo. Tutto ciò mi ha cambiato la mentalità e anch’io mi sono avvicinato al Buddhismo. Dopo il Covid-19 mi sono trovato a 10.000 chilometri di distanza ma con uno spirito diverso. Posso dire che, personalmente, quindi posso dire che, personalmente, il Covid-19 ha avuto anche dei lati positivi, mi ha permesso di lavorare a distanza, senza incontrare l’artista di persona, e ora, questo modo di lavorare è diventato normale nel mondo. Resta un costante fondamentale rapporto umano, senza incontrarsi, ma per contro ci si sente più di prima. Mi ha permesso di vivere in Asia senza dovermi spostare per forza in Europa. Ora trascorro circa cinque mesi qui in Italia, a Trino, perché lo voglio, perché ci sono i miei genitori, perché sto mettendo in piedi un nuovo progetto”.

Ti manca il palco?

“So riconoscere le mie capacità, avrei potuto ad esempio dirigere più volte l’orchestra di Sanremo, ma ho sempre scelto di non farlo perché so rispettare i ruoli. Stare sul palco è una figata, ci tornerei, ma solo se avesse davvero un senso”.

Ultima cosa: in cosa consiste il nuovo progetto?

“Siamo tre soci e amici di lunga data, ci lavoriamo da anni e riguarda la musica d’ambiente immersiva, progettiamo ambienti sonori con piccoli speakers collocati strategicamente negli spazi che fanno cose diverse, creiamo ambienti confortevoli che danno benessere. Da un anno e mezzo stiamo lavorando per tradurre il progetto in business. Ci crediamo molto, sappiamo che il suono ha un effetto benefico sulle persone, è una cosa molto nuova e speriamo di concretizzare il progetto nel 2026”.