Marcello Trinchero e la musica che torna a vivere

Seconda intervista per la rubrica de Al Nutisiari, intitolata La musica che ci gita intorno. E’ curata dal nostro amico e collaboratore che si firma “A fool on the hill” e che questa volta ha intervistato il musicista trinese Marcello Trinchero.

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Ci sono musicisti che eseguono spartiti. E poi ci sono musicisti che cercano storie.
Marcello Trinchero appartiene alla seconda categoria. La sua non è soltanto una carriera costruita sullo studio e sulla disciplina, ma un percorso fatto di memoria, incontri e intuizioni che nel tempo hanno preso la forma di una visione precisa: riportare alla luce una musica che un tempo era viva, quotidiana, necessaria.


E’ appena uscito il vostro nuovo CD: “Cantatas, Sacred music in Thuringia”, pubblicato da Da Vinci Classics. Un disco che sta già raccogliendo critiche positive sui giornali specialistici. Non è solo una pubblicazione discografica, ma sembra avere un significato più profondo. Come nasce questo progetto?


“Nasce da un’esigenza molto semplice e molto sincera: avevamo bisogno di qualcosa che ci rappresentasse davvero, una sorta di biglietto da visita per l’ensemble che ho creato “I Contrappuntisti”. Non volevamo incidere un disco tanto per farlo, ma lasciare un segno che raccontasse chi siamo, da dove veniamo e quale idea di musica portiamo sul palco. Per noi è quasi una dichiarazione d’intenti: suoniamo su strumenti d’epoca, quindi su strumenti originali e il tentativo è quello di affrontare il repertorio di quel periodo, che è compreso tra il ‘600 e metà del ‘700, ricreando quei suoni, quelle atmosfere e andando alla ricerca di musiche non sentite, diverse dal solito”.


Avete scelto di non limitarvi ai grandi nomi del barocco, ma di esplorare repertori meno frequentati. Perché questa decisione?


“Perché la storia, spesso, semplifica. Oggi quando si parla di musica barocca vengono subito in mente Bach, Vivaldi, Händel, che sono ovviamente dei geni totali, la summa di quel tempo. Ma ovviamente non esistevano solo loro. La gente ascoltava soprattutto i musicisti del proprio territorio. C’era una produzione vastissima, viva, quotidiana. Io ho sentito il bisogno di andare a cercare proprio lì, in quella parte di repertorio che rischia di restare nell’ombra”.


È una ricerca che parte anche dal tuo strumento, la tromba, vero?

“Sì, inevitabilmente. Studiando repertori legati alla tromba ho scoperto pagine sorprendenti. Più cercavo, più trovavo cose bellissime. Compositori magari meno celebri, ma straordinari artigiani della musica. Scrivevano opere complesse, ma che magari non avevano a disposizione organici ricchi con cori e numerosi solisti, solisti. È incredibile che siano stati dimenticati. Mi sembra quasi un atto di giustizia riportarli all’ascolto”.


Parli spesso della musica barocca come di una musica “quotidiana”. Cosa intendi esattamente?

“Intendo che era parte della vita reale. Noi oggi studiamo un brano per mesi, lo analizziamo, lo prepariamo con una cura quasi chirurgica. Loro spesso lo scrivevano durante la settimana e lo eseguivano la domenica. Era musica inserita nel ritmo della comunità: nelle celebrazioni, nelle feste, nei momenti solenni. Non era su un piedistallo. Era lavoro, era servizio, era espressione concreta”.


Eppure oggi la percepiamo come qualcosa di distante, quasi intoccabile.

“Esatto. L’abbiamo trasformata in un monumento. Ma quei compositori erano persone normali che facevano il loro mestiere. Questa consapevolezza cambia il modo in cui la suoni: la rende più viva, meno museale. Poi sono musiche che sono andato a cercare personalmente, contattando le biblioteche, ricomponendo spartiti, trascrivendo le parti. C’è anche un lavoro musicologico di ricerca dietro, il che ci permette di sentire ancora più “nostre” quelle musiche. Questo è un approccio che viene apprezzato, per questo motivo ad esempio ci hanno invitato al BachFest ad Eisenach: perché anche se non suoniamo Bach, suoniamo musiche che sono strettamente connesse a quella storia, a quel periodo e lo facciamo in maniera originale”.


Quanto conta, per te, l’interpretazione personale?

“Conta moltissimo. Le regole sono fondamentali: bisogna conoscere il contesto storico, lo stile, il linguaggio. Ma poi serve una voce propria. Altrimenti si diventa tecnici, non musicisti. È come parlare una lingua: puoi conoscere tutta la grammatica, ma senza un accento personale rimane qualcosa di sterile. L’interpretazione è ciò che rende la musica un atto presente, non una semplice riproduzione”.

Dietro questa visione c’è una storia che inizia molto presto.


“Sì, ho cominciato in prima elementare, avevo cinque anni. In famiglia suonavano tutti, quindi la musica era un ambiente naturale. Non è stata una scelta improvvisa, ma qualcosa che respiravo ogni giorno”.


C’è un ricordo in particolare che senti decisivo?


“Sì. Un collega di mio padre, diplomato in organo al Conservatorio ma impiegato in un lavoro lontano dalla musica (perché ovviamente in Italia sappiamo sempre valorizzare i musicisti…), mi regalò un CD con l’Oratorio di Natale di Bach. C’erano molte parti di tromba. Quel disco mi ha cambiato la vita. Ricordo ancora l’ascolto, l’emozione. Non era solo bella musica: era la scoperta di un mondo possibile. Poi mi regalò altri dischi e tra questi un’altra cantata di Bach, con alla tromba tale Gabriele Cassone che mi colpì enormemente, così mi misi a cercare altri dischi con lui scoprendo che aveva inciso moltissimo e che utilizzava spesso la tromba naturale (che diventerà poi una delle mie passioni). Quando sono diventato più grande ho scoperto che insegnava al Conservatorio di Novara, quindi avrei potuto imparare da lui. Avrebbe potuto insegnare ovunque, in giro per l’Europa, invece era solo a un’ora di auto. Mi è parsa una sorta di quadratura del cerchio, la conferma di quel che avrei dovuto fare”.


Un altro incontro importante è avvenuto in un contesto particolare, durante un funerale.

“È vero. Suonavo nella banda, ero ancora bambino. Lì conobbi Alberto Mandarini, al funerale di suo padre. Mi disse una frase meravigliosa nella sua crudezza, ma che allora non capii fino in fondo: “‘T völi sunà la trumbëta? T’à pen-a cmensà a trübülà”, come a dire “suonare è una fatica continua, una lotta”. Con il tempo ho compreso quanto fosse vera. Questo mestiere richiede resistenza, non solo tecnica ma mentale. È un lavoro quotidiano, fatto di studio, disciplina, autocritica. Sono contento di aver avuto poi la fortuna di studiare anche con lui, uno che si è inventato la sua strada, mettendosi a fare jazz in un periodo in cui il jazz al Conservatorio non si poteva fare e invece ora è insegnante proprio di tromba jazz al Conservatorio di Milano”.


La parola “fatica” ritorna spesso nei tuoi racconti.


“Perché è una componente reale. Studio molte ore, e lo faccio con convinzione. Quando salgo sul palco voglio sentirmi tranquillo, sapere di aver fatto tutto il possibile. Poi può capitare di sbagliare. A tutti succede. L’importante è non fermarsi, non perdere fiducia nel percorso”.

Come reagisce il pubblico a questo tipo di proposta musicale?

“Spesso con sorpresa, soprattutto nei piccoli centri dove la musica colta non è abituale. All’inizio può sembrare distante. Poi, quando ascoltano davvero, qualcosa cambia. Si accorgono che non è musica fredda o astratta: è musica viva, emotiva. E quel momento di trasformazione è una delle soddisfazioni più grandi”.


Guardando al futuro, cosa desideri?


“Desidero continuare a crescere e a fare bene quello che so fare. Riscoprire altra musica, approfondire, migliorare. Io sono un musicista barocco, e va bene così. Non ho bisogno di essere altro. Se riesco a restituire vita a queste pagine e a farle parlare ancora al presente, sento di aver fatto il mio lavoro”.

by A fool on the hill