Interessante e partecipata la presentazione del libro “Formula per un delitto imperfetto”, di Erica Roveglia, che riguarda il fatto che il 13 novembre 1975 a Vercelli sconvolse gli italiani, il delitto Graneris. E’ stato presentato nel contesto dei “Sentieri della Conoscenza” del Comune di Trino, che li organizza con il supporto dell’Aido e della Fidas.
Con Erica Roveglia erano presenti Anna Binelli, avvocato penalista, e la dottoressa Valeria Climaco, capo area educativa del penitenziario di Vercelli.
L’incontro è stato introdotto da Daniela Costamagna, presidente del gruppo Aido intercomunale Francesco Rolando di Trino: “Con i nostri incontri abbiamo deciso di mettere sempre l’uomo al centro dei sentieri, anche quando alberga il male, come in questo caso. Annucnio già ora i prossimi appuntamenti: il 30 maggio il dottor Piermario Croce parlerà in modo toccante della sua esperienza sul Cammino di Santiago, il 20 giugno avremo un incontro sulle cellule staminali nell’ambito oncologico, il 25 luglio nei giardini della biblioteca ci sarà un incontro di musica classica”.

Marina Saettone ha introdotto le tre relatrici citando “Delitto e castigo” e ricordando che “il castigo più grande per chi uccide è quello della propria coscienza. Nel libro di Erica Roveglia, la prima parte è una ricostruzione minuziosa dell’accaduto, nella seconda viene messo in luce l’animo dei protagonisti”.
Roveglia ha spiega che “questo libro è nato per comprendere a 50 anni di distanza quella vicenda, facendo un puzzle completo per cui Doretta Graneris agì in quel modo. All’epoca il quadro era disgregato rispetto alle conoscenze attuali. Con Guido Badini, orfano di papà e mamma, nel pieno della sua ribellione, Doretta, figlia in una famiglia più inquadrata, compì il delitto. Lei e Guido con due pistole ammazzarono i cinque componenti della famiglia di Doretta, ovvero papà e mamma, i nonni materni e il fratello di lei. All’inizio la stampa vedeva Doretta come vittima e sopravvissuta e la scienza del crimine venne pubblicata in foto coi cadaveri delle persone, cosa che col tempo non più stata fatta negli altri omicidi. Venne pubblicato un identikit degli assassini che si introdussero nella villetta di via Caduti nei lager. Papà Graneris era un nome in vista a Vercelli, era uno dei pochi imprenditori di rilievo nelle gomme. All’iniziò si pensò che fossero stati degli stranieri che si erano introdotti per rubare”.

Roveglia aggiunge: “Emerge però la figura dei vicini di casa che spiegarono come Doretta fosse una ragazza non tranquilla e che c’era tensione in famiglia. Ho contattato quella coppia di vicini, che pochi mesi dopo cambiarono casa perché non sopportavano più la vista della casa dei Graneris e tutto ciò che avveniva con le indagini. Dissero che Doretta da un mese e mezzo era andata a vivere dal Badini e questo creò un grande scontro con la sua famiglia. Le compagne di scuole spiegano invece che Doretta era taciturna, che sembrava più bambina di loro, era semplice e acqua e sapone. Dicono che viveva un disagio interiore perché la famiglia la contrastava nelle sue scelte e che l’arrivo di Badini creò uno scenario devastante. Doretta cambiò, sua mamma la definiva una donnaccia per il suo nuovo modo di vestire”.
E ha aggiunto che “Doretta in carcere si è impegnata per riflettere e imparare dai suoi errori, si è dedicata a scrivere poesie e a disegnare”.
Binelli ha spiegato che “per noi vercellesi il prima impatto fu con il fatto commesso, poi il contesto della storia che vedeva una frattura tra le generazioni, sulla scia del 1968, con quelle giovani che si ribellavano al modello precedente. Doretta su spinta all’omicidio della sua famiglia con Badini forse non tanto per la spinta emotiva per i soldi ma per il desiderio di libertà dalla famiglia e la contestazione di cosa le veniva imposto”.
Roveglia ha proseguito: “L’amore tra Doretta e Guido era tossico, lei era cambiata e il delitto avvenne tra le 20 e le 21, tutto ben architettato. Sulla scena del crimine venne notato che c’erano cinque sedie parte della sala, e altre due diverse, del cucinino, e che quindi non c’era stato un ingresso di sconosciuti in casa, anche perché mamma Graneris era in vestaglia e chi la conosceva sapeva che non avrebbe mai aperto a sconosciuti vestita in quel modo”.
Il carcere: “Doretta su la prima a cedere, lei era a Torino, Badini ad Alessandria. Si scrivevano lettere d’amore, che però poi divennero lettere d’odio e si interruppero, con accuse reciproche. Vercelli con quel delitto arrivò alle cronache nazionali, pochi mesi dopo il massacro del Circeo”.
Binelli ha sottolineato un aspetto: “Badini per prepararsi al delitto aveva ucciso una prostituta, per capire che tipo fosse. Lui e Doretta avevano caratteri diversi, lui aveva una caratura criminale, lei desiderava la libertà, la sessualità, una nuova vita”.
Roveglia ha aggiunto: “Doretta ha agito con un dominante, Badini, che la cambiò profondamente”.
Climaco ha parlato dell’aspetto carcerario: “La nostra Costituzione è scritta da 75 saggi, tra cui 21 donne, che ebbero l’illuminazione di pensare al carcere che è una istituzione totale, cioè uno di quei luoghi, come manicomi e lager, in cui non si va di spontanea volontà, ed accesero una luce con l’articolo 27 per dare risposta alle perplessità sul rispetto della dignità delle persone e che il carcere non sia contrario al senso di umanità, perché anche il reo peggiore deve avere condizioni di dignità. Immagino che Doretta in carcere non abbia vissuto in maniera facile, ma col tempo ha raggiunto la consapevolezza di cosa aveva fatto. E’ quanto previsto dalla Costituzione, anche chi è condannato all’ergastolo arriva ad uscire dal carcere, dopo un percorso di recupero. Badini quando è uscito ha commesso altri reati ed è ancora in carcere, Doretta ha avuto momenti di crisi, ma ha avuto il tempo di pensare e lo Stato interviene con una squadra di psicologi, psichiatri, educatori, per aiutare i carcerati. Dopo 25 anni Doretta è uscita con la liberazione condizionata, è riuscita a cambiare e non ha più commesso reati”.

