Marco Torelli campione del mondo trapiantati: “Papà è il mio eroe”

Marco Torelli è campione del mondo di ciclismo nella categoria 50-59 anni. Portacolori della Nazionale Italiana Trapiantati e Dializzati, ha vinto la venticinquesima edizione dei World Transplant Games disputati a Dresda, in Germania. Novarese, vive a Brusaschetto, trapiantato di un rene dal 2011, è tesserato per la Angry Wheels Mtb e si è preparato per la rassegna iridata con il trinese Stefano Cosentino.

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La preparazione al Mondiale come si è articolata?

“Da febbraio-marzo ho chiesto a Stefano Cosentino di seguirmi nella preparazione perché volevo partecipare alla manifestazione iridata in Germania e con lui ho svolto un lavoro duro e faticoso, che però ha dato i suoi frutti. Cosentino è stato fantastico, per lui era la prima volta che seguiva un atleta trapiantato. Noi non siamo parificabili né ai normodotati, né ai paralimpici, perché noi trapiantati assumiamo farmaci per tutta la vita e alcuni di questi rientrano nel doping nelle gare classiche e abbiamo valori corporei particolari. Quindi Stefano si è documentato e ha saputo prepararmi al meglio”.

La gara del Mondiale come si è svolta?

“Non avevo mai visto il percorso in precedenza, solo un paio di giorni prima della gara, corsa da 40 minuti. C’erano 51 Paesi e 1513 atleti in gara, da tutto il mondo. Abbiamo partecipato alla sfilata d’apertura, in stile olimpico, perché queste sono le Olimpiadi dei trapiantati. E’ stato molto emozionante. La gara si è svolta su tre giri del percorso. Ho disputato anche la cronometro il giorno prima così ho potuto memorizzare il tracciato. A cronometro sono giunto nono, non avevo la bici specifica per questa specialità, e chi l’aveva ha fatto la differenza. Conosciuto il percorso, ho visto che il finale era adatto a me, con una curva e una leggera salita poco prima del traguardo. Ed è proprio lì che ho dato il massimo. Per i primi due giri sono stato tranquillo in gruppo, al terzo sono stato fra i primi e a un chilometro e mezzo dal traguardo ho trovato lo spunto vincente. Ho sfruttato il fatto di essere stato uno sconosciuto ai più in gara. Nel 2026 nei Paesi Bassi ci saranno gli Europei e nel 2027 il Mondiale in Belgio: non avrò più il fattore sorpresa dalla mia parte, adesso sanno chi sono”.

Era la prima gara di questo tipo che affrontava?

“Al Mondiale sì, non ci ero mai stato. Alla prima volta ho colto la vittoria, sono felicissimo. Prima disputavo le Gran Fondo, in gare sprint come questa in Germania ero giunto quinto e terzo agli Italiani”.

Detto del lato sportivo, chi è Marco Torelli e quando è iniziata la sua vita da trapiantato?

“Ho 52 anni, sono novarese di origine, vivo a Brusaschetto con la mia compagna e la mia vita da trapiantato è iniziata nel 2011. Tra il 2007 e il 2008 mi era stata diagnosticata una nefropatia, un’infiammazione ai reni che poco per volta limitava il funzionamento degli stessi e mi avrebbe portato alla dialisi. Cosa che non è mai avvenuta perché nel 2011 ho ricevuto un rene da mio papà Giorgio, classe 1944, pure lui sportivo. Papà ha contribuito a darmi la vita due volte. Quando mi ha donato un rene, era al settimo cielo. Lui è il vero eroe, papà Giorgio è il mio eroe”.

Cosa è cambiato da quel momento?

“Dal 2011 grazie al trapianto ho ripreso a fare attività sportiva, poi ho frequentato la bicicletta in tante sue specialità. Così ho conosciuto l’ambiente e ho partecipato alla gran fondo 9 Colli con tantissimi trapianti e sono entrato a far parte di questo gruppo. Sono tesserato per la Angry Wheels Mtb, dove ho conosciuto la presidente Barbara Moncalvo che mi ha aiutato tanto ad entrare nel mondo della bicicletta ed è grazie a lei e a Stefano Cosentino se sono arrivato a questo risultato del titolo Mondiale”.

Come sta a livello di salute?

“Il rene funziona, sono molto fortunato. So che la malattia potenzialmente può ripresentarsi, ma diciamo che questo fa parte del gioco. Non ci penso, e poi lo sport ti aiuta molto, ti sblocca, ti fa tornare la voglia di guardare lontano, così è stato per me, mentre prima del trapianto ero focalizzato sull’istante e sulla paura che la salute peggiorasse. Lo sport è un toccasana ti fa guardare lontano. Prenderò farmaci per il resto della mia vita, servono ad abbassare le difese immunitarie per far sì che il corpo non rigetti l’organo donato, e poi altri farmaci collegati per certe carenze che si manifestano. Una volta al mese ho analisi e visita per poter assumere il farmaco tarato sul rene. Sono seguito dal reparto di nefrologia dell’ospedale di Borgomanero, che collabora col Centro trapianti di Novara, e di loro mi fido, sono una seconda famiglia”.

Da trapiantato, può dirci quanto è importante l’Aido?

“Tantissimo. E’ fondamentale. E lo sport collabora molto con Aido e tutte le associazioni legate alla donazione. Per i 50 anni dell’Aido ho preso parte alla Bergamo-Siena così che si potesse capire che chi ha subito una donazione può ancora fare una vita normale e per sottolineare quanto sia importante la donazione degli organi. Siamo stati accolti a Siena dalla presidente nazionale dell’Aido Flavia Petrin. Bel momento. Ci tengo a sottolineare quanto donare sia importante, organi, sangue, midollo osseo. Sono associazioni e anime diverse, ma tutte unite nel fine della donazione per salvare vite umane. Purtroppo c’è ancora troppa diffidenza sulle donazioni, soprattutto perché non se ne parla abbastanza nel modo adeguato”.

Quanto è importante donare?

“Non vedo il motivo per cui non lo si debba fare. Donate. Bisogna avere una cultura e una mentalità più aperte, non bisogna pensare solo alla propria individualità, perché donare può fare la differenza. E ricordatevi che può capitare a tutti di aver bisogno di un organo nuovo. Avere a disposizione questa soluzione, pur nel momento del dolore per la perdita di un caro, può far stare meglio, sapendo che quegli organi aiutano altre persone a continuare a vivere. E’ un motivo di sollievo, è un momento altissimo per una persona. Aiutare gli altri oltre la morte, aiuta a vivere meglio”.