Buona affluenza di pubblico per l’incontro organizzato dalla sezione dell’Anpi di Trino col Comune di Trino sul tema de “L’altra Resistenza: gli internati militari italiani nella seconda guerra mondiale” in occasione della “Giornata degli internati militari italiani”.
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Ad aprire l’incontro è stato il presidente dell’Anpi Pier Franco Irico che ha ricordato come “si tratta dell’ultimo appuntamento del fitto calendario per gli 80 anni della Liberazione. Resta poi il momento classico del corte del 4 novembre. Il tema degli internati è arrivato un po’ tardi rispetto agli altri e riguarda più di 600.000 militari italiani che scelsero di non aderire al nuovo fascismo della Repubblica Sociale Italiana di Salò e furono così mandati nei campi di concentramento. C’era una differenza: c’erano i prigionieri di guerra e loro, gli internati”.
Enrico Pagano, direttore dell’Istituto della Resistenza di Varallo, ha spiegato cosa successe a questi militari che dopo l’8 settembre 1943 si rifiutarono di collaborare con la Germania nazista e la repubblica sociale fascista, e furono quindi deportati nei campi di concentramento tedeschi. Rifiuto che fu interpretato come il primo segnale di “un’altra Resistenza”.
“E’ stato istituito di recente il giorno della memoria degli internati militari italiani ed è stata scelta la data del 20 settembre perché è quella in cui Hitler decise di declassare quei soldati da prigionieri di guerra ad internati militari col proposito di recuperarli per l’esercito della Repubblica Sociale o per la Wehtmacht o le Ss (Schutzstaffel). Da potenziali soldati, questi militari italiani si trovarono di fronte a una realtà diversa e circa 600.000 di loro si rifiutarono questa adesione e restarono in prigionia. Ma con quali tutele? Essendo diventati internati, non avevano più delle convenzioni internazionali, non potevano ricevere l’intervento della Croce Rossa, erano quindi in un limbo senza diritti”.
Pagano ha snocciolato un po’ di numeri tratti dal volume di Marco Palmieri: “I tedeschi disarmarono e catturarono 1.007.000 militari italiani, su un totale approssimativo di circa 2.000.000 effettivamente sotto le armi. Di questi, 196.000 scamparono alla deportazione dandosi alla fuga o grazie agli accordi presi al momento della capitolazione di Roma. Dei rimanenti 810.000 circa, di cui 58.000 catturati in Francia, 321.000 in Italia e 430.000 nei Balcani, oltre 13.000 persero la vita a causa di azioni di siluramento inglesi durante il trasporto dalle isole greche alla terraferma. Altri 94.000, tra cui la quasi totalità delle Camicie Nere della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, decisero immediatamente di accettare l’offerta di passare con i tedeschi. Al netto delle vittime, dei fuggiaschi e degli aderenti della prima ora, nei campi di concentramento tedeschi vennero dunque deportati circa 710.000 militari italiani con lo status di internati militari italiani e 20.000 con quello di prigionieri di guerra. Entro la primavera del 1944, altri 103.000 si dichiararono disponibili a prestare servizio per la Germania o la Repubblica Sociale Italiana, come combattenti o come ausiliari lavoratori. In totale, quindi 600.000 militari rifiutarono di continuare la guerra al fianco dei tedeschi. Non è stato stabilito ufficialmente il numero degli internati deceduti durante la prigionia. Gli studi stimano cifre che oscillano tra 37.000 e 50.000. Fra le cause dei decessi vi furono: la durezza e pericolosità del lavoro coatto nei lager con circa 10.000 deceduti, le malattie e la malnutrizione, specialmente negli ultimi mesi di guerra con circa 23.000 deceduti, le esecuzioni capitali all’interno dei campi per circa 4.600 internati, i bombardamenti alleati sulle installazioni dove gli internati lavoravano e sulle città dove prestavano servizio antincendio per 2.700 persone, e altri 5-7.000 perirono sul fronte orientale”.

