Lucia Fistolera racconta la sua doppia esperienza in missione

Fare tanto per i giovani, stare con i ragazzi e le ragazze, questa è la missione di Lucia Fistolera, trinese nata il 17 giugno 1997, che a 28 anni è stata per la seconda volta proprio in missione, a Naboreiro, paese di circa mille abitanti, nello stato del Mato Grosso, in Brasile.

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Lucia, quando si è svolta la tua prima missione?

“Sono partita il 18 giugno 2018, il giorno dopo il mio compleanno e mi ero sentita accompagnata dal calore della mia città, Trino, cosa che non è scontata. Durante la mia permanenza di sei mesi nella missione in Brasile mi arrivarono diverse lettere da Trino per farmi sentire la vicinanza dei miei compaesani in quella mia esperienza”.

Perché affrontare l’esperienza di una missione?

“Ci andai dopo quattro anni di impegno nel gruppo Mato Grosso perché quello poteva essere il momento giusto per capire cosa avevo fatto in quei quattro anni di impegno. Non ho scelto io di andare in quel luogo, ma sono stati i responsabili del gruppo a scegliere per me tra le varie missioni che ci sono in Sud America. Nel 2018 fui la prima ragazza del gruppo ad andare in missione per sei mesi dopo diversi anni. Per farlo stoppai i miei studi universitari, ma avevo promesso alla mia famiglia che mi sarei comunque laureata nei tempi previsti dal corso e ho mantenuto la promessa”.

Cosa hai fatto e cosa ti ha lasciato la prima missione a Naboreiro?

“Appena tornata a Trino, sentivo che non avrei voluto tornare a casa, ci ho messo un mese per abituarmi al ritorno dal Brasile. In missione aiutavo nel collegio femminile, seguivo i bambini in oratorio, andavo a aiutare le persone più anziane insieme alle ragazze. Mi ero molto affezionata a loro e a cosa facevo con loro. Tornata a Trino, soffrivo nel sentire parlare di certi problemi nostri, soffrivo le discussioni futili, ed ero poco sopportabile, ero arrabbiata. Il Brasile mi ha fatto crescere, ho compreso i miei lati negativi e le mie incoerenze, e tornata in Italia, difficile da sopportare, alcuni amici si sono dimostrati “scomodi” dicendomi chiaramente come mi stavo comportando e per questo li ringrazio. Non è stato facile accettarlo, ma i veri amici ti fanno notare certe cose. In Brasile ho avuto la conferma che la mia vocazione è quella di stare coi ragazzi e dopo sei mesi 24 ore al giorno passati con ragazze dai 14 ai 18 anni, ho compreso che dovevo diventare insegnante. Ero partita per capire quale era la mia strada”.

Come ti sei trovata in Brasile?

“Mi sono subito trovata bene perché sono una persona estroversa, per quello i ragazzi del gruppo Mato Grosso mi avevano scelto quella destinazione. Stare con quelle ragazze mi ha aiutata, qui in Italia mi sentivo un pesce fuor d’acqua. In missione ero la famiglia di tante bambine e ragazze, che volevano vivere la vita che stavo vivendo io, per fare qualcosa di concreto per gli altri e non pensando solo a se stessi. Sono diventata loro amica, ho stretto legami forti e con Rariagna ho stretto un bella amicizia”.

Rariagna e Lucia

Come e quando è stata la seconda esperienza?

“Si è svolta questa estate, tra l’8 luglio e il 29 agosto. Questa volta ho seguito ragazze più piccole, di 11-12 anni, in una sorta di casa famiglia, di cui la mia amica Rariagna è la responsabile. Mi ha toccato molto il fatto di seguire queste ragazzine. Questa seconda esperienza mi ha messa più in crisi dell’altra volta e mi sono posta alcune domande. Cosa desidero? Non ho ancora la risposta certa su cosa sia il meglio per la mia vita. Ma desidero stare coi ragazzi e le ragazze, ho vissuto in pieno queste esperienze, sono stata per loro una persona amica e mi sono caricata di un grande peso. Quella di questa estate è stata un’esperienza più intensa”.

Cosa ti ha colpito questa estate?

“Ad esempio una ragazzina mi ha detto che odia noi italiani perché andiamo là, loro si affezionano, ma poi noi ce ne andiamo. Le ho detto che voler bene a una persona fa soffrire, ma che ne vale la pena e si crea un legame. C’è poi un episodio che mi ha segnata molto: una ragazzina di 11 anni quando ne aveva 7 ha visto suo padre uccidere sua mamma. Un giorno mentre stavo facendo lezione con l’ukulele e stavo insegnando una canzone, lei era lì abbattuta e quando le parlai mi disse che le mancava sua mamma, ma non capivo cosa intendesse, non conoscevo la sua storia, e loro chiamano mamma tante persone. Quando l’ho saputo mi sono sentita male. Alla giornata del papà lei ha scritto su un foglio “ti amo papà” e io sono scoppiata a piangere. Sono stata male, lei aveva bisogno di me e io piangevo, mi sentivo in colpa, ma Rariagna mi ha detto che era giusto che piangessi perché è corretto sapersi ancora commuovere. Quando dovevo partire, quella ragazzina mi ha dato una lettera e un braccialetto uguale al suo perché così ci saremmo sempre sentite vicine. Mi ha toccato molto”.

Tornerai in Brasile a Naboreiro?

“Non ho una risposta su quando ci tornerò, ma sicuramente ci tornerò, ma non so in quale situazione e non so per quanto tempo ci resterò”.

Lucia infine mette in luce il suo rapporto con san Giovanni Bosco: “Posso dire simpaticamente che mi perseguita. Sono andata all’asilo dalle suore salesiane, ho frequentato l’oratorio salesiano, ho fatto parte del gruppo Mato Grosso dove c’era un prete salesiano, sono stata in missione a Naboreiro in una casa di Don Bosco, tornata in Italia ho lavorato come insegnante dai salesiani al Cnos Fap per cinque anni. Lasciato questo lavoro, in estate sono tornata in Brasile sempre in una casa di Don Bosco e ho trovato una ragazza di Padova che è andata per starci sei mesi e i cui genitori sono direttori di una casa di Don Bosco. Non riesco, o forse non voglio, allontanarmi da Don Bosco. Credo che non sia un caso, non so cosa mi riserverà il futuro, ma di sicuro voglio fare tanto per gli altri, pensare meno per me, e soprattutto stare con ragazze e ragazzi”.