Vaudano ha parlato in occasione del Giorno del Ricordo

Si è svolta domenica la conferenza del professor Marcello Vaudano in biblioteca in occasione del “Giorno del Ricordo”, promosso da Anpi Trino, Istituto Storico per la Resistenza e Comune di Trino.

Dopo gli interventi di Daniele Pane e Bruno Ferrarotti, che ha sottolineato come “la collaborazione tra Comune di Trino, Anpi Trino e Istorbive, è molto importante”, ha affermato che “il “Giorno del Ricordo” è una questione che ha sempre dato vita a polemiche tra le parti politiche. La storiografia però ha fatto passi importanti su questo tema per seguire la strada per comprendere in pieno la questione. Come è stato sottolineato in alcuni articoli, gli infoibati non sono né di destra né di sinistra, ma sono vittime di quella guerra”.

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Vaudano è intervenuto su “Guerra nazionalismi e ideologie: la tragedia del confine orientale dell’Italia” e ha spiegato che “l’opinione pubblica nazionale per tempo non ha considerato così fondamentale cosa successe in quegli anni, invece meritava approfondire, come è poi stato fatto. Va sottolineato che memoria e storiografia sono due cose diverse. Personalmente mi sono addentrato nel tema delle foibe dopo che nel novembre 2000, quando a Biella c’era un convegno storiografico su come si fa storia, ci fu un gruppetto di giovani che entrò e ci accusò di non essere imparziali e espose uno striscione con scritto “perché non parlate mai di foibe”. Così mi misi a studiare questo tema, mi sono fatto una cultura. Nel 2004 è stato istituito il “Giorno del Ricordo”, un tema politico-culturale delicato. L’area geografica su questo tema non è semplice da individuare, e si parla di etnie differenti. Ma il discorso sulle etnie è fondato sempre su basi molto labili. Affermare che uno Stato è identificativo di una etnia non è una cosa carina, perché apre a derive pericolose, come la storia ci insegna”.

Daniele Pane, Marcello Vaudano e Bruno Ferrarotti

Vaudano ha continuato: “L’Italia fascista esercitò una pressione enorme sulle popolazioni di quella zona, non fece espulsioni, ma arrivò alla nazionalizzazione e fascistizzazione delle persone di lingua diversa da quella italiana, ovvero slave, croate e bosniache, e tedesche, di una piccola zona. Il fascismo da subito ha mostrato la faccia feroce contro gli slavi e gli stranieri, non tollerava la presenza slava a Trieste e in quella zona. Ci fu il divieto di parlare la lingua slava, di usarla in funzioni pubbliche, di cantare in lingua slava, venne cambiata la toponomastica e furono italianizzati nomi e cognomi. Questo portò croati e sloveni ad attivarsi contro queste decisioni e furono tante le condanne a morte nel distretto del Nord Est. Dopo l’8 settembre 1943 partì invece la violenza contro gli italiani e i fascisti, ci fu violenza contro le popolazioni italiane in Istria, furono colpiti italiani che rappresentavano il potere, con 500 morti”.

Vaudano ha aggiunto: “Quando poi arrivarono i tedeschi, i morti furono a migliaia. A fine guerra però ripresero le violenze con l’arrivo dei partigiani di Tito, in pratica un esercito ben armato, specie grazie agli inglesi, e preparato. Fecero piazza pulita di tutte le realtà anti comuniste. Il 1° maggio 1945 entrarono a Trieste e per un mese diedero vita alle stragi. Quanti furono i morti? Sui numeri incide la propaganda con disparità enormi. Si passa dai 1500 morti da parte dei revisionisti, ai 20000 morti da parte di chi esagera in eccesso. La stima più reale e concreta è fra 5000 e un massimo di 10000 morti, fra infoibati e ammazzati in altre circostanze”.