Con l’intervista a Bruno Raiteri prende il via una nuova rubrica de Al Nutisiari, intitolata La musica che ci gita intorno. E’ curata dal nostro amico e collaboratore che si firma “A fool on the hill”.
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Buongiorno Bruno, grazie per averci dedicato un po’ di tempo per questa intervista. Bruno, tu sei sempre stato un curioso della musica. Hai attraversato mondi diversi — dal classico al folk, fino alla musica tradizionale e alla ricerca. Cosa rappresenta per te questa curiosità?
È proprio il mio carattere. Sono curioso da sempre. Anche nelle cose più semplici: con mia moglie facevamo passeggiate in montagna e ci fermavamo ogni dieci metri per capire che pianta fosse quella davanti a noi. La curiosità è una specie di motore che mi ha sempre accompagnato.
In musica, però, questa curiosità è anche frutto di un divieto. Negli anni ’70 nei Conservatori italiani — almeno ad Alessandria — era vietato suonare jazz o nelle balere, pena l’espulsione. C’era una circolare affissa in bacheca che lo diceva chiaramente. Non esistevano ancora le cattedre di jazz. Erano davvero altri tempi, non c’erano le classi di sassofono, fisarmonica, avevano appena introdotto in via sperimentale la classe di chitarra, era proprio un mondo chiusissimo.
Però io avevo un insegnante che da una parte rispettava la regola, ma dall’altra mi incoraggiava in segreto. Mi disse: “Il musicista deve conoscere tutto. Mangia tutto, poi sceglierai tu cosa tenere.”
Quella frase mi è rimasta impressa. Così ho suonato di tutto, anche quando non si poteva, perché non sopportavo di non capire. E credo che quella spinta iniziale, quella voglia di esplorare, sia rimasta la base di tutto ciò che ho fatto dopo.
Erano i tempi in cui suonavo nei mitici Psycotron e il mio insegnante del Conservatorio mi incalzava “non dirlo a nessuno e vai in giro a suonare tutto quel che puoi”.
E da lì è iniziato il tuo percorso eclettico?
Sì. Tra l’altro, avevo uno studio di registrazione con alcuni amici — Devis Longo, Gino Alberico, Giampiero Peretti, poi anche mio fratello Giorgio — e una volta venne la Ciapa Rusa per riversare dei nastri. Così conobbi Maurizio Martinotti. Stavano cercando un nuovo violinista, e io, con un po’ di faccia tosta, mi proposi, anche se non sapevo quasi nulla di musica tradizionale piemontese. Ma mi buttai. Quella fu una delle esperienze più formative della mia vita: imparai un linguaggio musicale che nei Conservatori era quasi “vietato”. Era come entrare in un mondo parallelo, più vivo, più popolare, più vero.
La musica tradizionale della Ciapa Rusa raccontava un territorio. Oggi sembra che quella dimensione si sia persa. C’è ancora spazio per quel tipo di legame tra musica popolare e la sua comunità di riferimento?
Dopo la scomparsa di Maurizio abbiamo provato a fare ancora dei concerti, dei tributi, ma è difficile. Siamo tutti sparsi in città diverse. La verità è che l’onda lunga del folk si è un po’ spenta in Italia. Rimangono realtà come Été Trad o Folkest, ma la vera vitalità la vedo in Francia o in Spagna. In Italia, invece, spesso si tenta di modernizzare forzatamente, e ho sentito perfino monferrine su basi techno. Quella non è rivisitazione, è tradimento. La musica tradizionale aveva senso perché era una musica “per” le persone, “tra” le persone. Adesso spesso è ridotta a citazione.
Il pubblico forse lo apprezza, ma si perde la sostanza: non si tratta di nostalgia, ma di una perdita di autenticità.
Gli anni con la Ciapa Rusa sono stati anni d’oro, durante i quali abbiamo suonato veramente in posti incredibili e ci siamo trovati in cartellone con artisti incredibili. Mi ricordo che ad esempio a Capodistria c’era Joan Baez. Voglio dire insieme alla Ciapa Rusa, i due nomi scritti con caratteri uguali, oppure ancora in Spagna con Toquinho e non eravamo i supporter, eravamo allo stesso livello.
Hai concluso da poco la lunga esperienza nella banda di Trino, durata più di vent’anni. Che bilancio fai?
È stata un’esperienza bellissima. La banda è un’istituzione, come la scuola o l’ufficio postale, la caserma. Un paese senza banda è un paese triste. Ho lasciato per serietà: non riuscivo più a garantire la presenza costante, e non mi sembrava giusto dire “vengo quando posso”.
Per me la banda è anche “cultura”: nei ventun anni da direttore ho cercato di mantenere un buon livello musicale, affrontando anche repertori impegnativi come il Bolero di Ravel in versione integrale, senza tagli. È stato un lavoro collettivo e appassionante. Forse la cosa che mi dispiace di più è il poco ricambio generazionale, ma spero che con la scuola a indirizzo musicale le cose cambino.
Sei stato anche insegnante di educazione musicale nella scuola pubblica per molti anni. Come hai interpretato il tuo ruolo?
L’Italia è un paese musicalmente sfortunato. A scuola si studia Manzoni ma non Verdi. Io ho sempre cercato di dare una cultura musicale di base, non di formare musicisti. Volevo che i ragazzi sapessero distinguere un violino da un clarinetto, che capissero la struttura di una sinfonia. E qualcuno poi ha continuato a suonare, a studiare. Mi piace pensare di aver inoculato un piccolo “virus della musica”.
Anche quando si trattava di suonare il famigerato flauto, ho sempre provato ad arricchire la lezione, inserire i flauti soprano, contralto, tenore, perfino i flauti bassi, ci preparavamo per i concorsi, ne abbiamo anche vinti parecchi, delle belle soddisfazioni.
Mi piace sapere che un ragazzo o una ragazza, anche non subito, ma qualche anno dopo che hanno finito la scuola, decidono di mettersi a suonare uno strumento e lo fanno un po’ per “colpa” mia. Vuol dire che ci sono riuscito.
Col tempo ho notato che i ragazzi usano solo più i pollici per i telefoni e hanno perso agilità nelle dita! E questo è un problema serio per chi suona strumenti a fiato o a tastiera. Inoltre oggi si ascolta musica con strumenti sbagliati — cuffiette, altoparlantini — e si perde la qualità del suono. Io avevo voluto un impianto hi-fi in aula proprio per far capire la differenza.
Oggi chiunque può ascoltare qualunque cosa con un click. L’accesso alla musica è immediato e non filtrato. È un bene o un male?
È un bene avere accesso, ma il problema è “a cosa” si ha accesso. La quantità ha sostituito la qualità. Ho provato a usare progetti digitali per far creare musica ai ragazzi, ma spesso l’eccesso di facilità — loop pronti, intelligenza artificiale — uccide la creatività.
Ho sempre cercato di far capire che anche la musica ha una grammatica, come un dialogo tra le note. Non è solo un insieme di suoni, ma un linguaggio che riflette il pensiero e le emozioni di chi lo scrive.
Oggi sei anche editore musicale. Com’è nata questa nuova avventura?
Nasce in parte dalla mia passione per gli spartiti, come è noto nel tempo sono riuscito a creare una collezione di oltre 17.000 spartiti e credo sia utile che una parte di questa musica sia messa nuovamente a disposizione per essere suonata, assieme ad altra nuova e inedita. Poi c’è la scoperta dell’archivio di Luigi Hugues, flautista e geografo piemontese dell’Ottocento, un vero colpo di fortuna. Una signora stava svuotando casa e tra i materiali c’era un mare di spartiti. Mi ha avvisato un mio ex allievo, e da lì è iniziata la ricerca. Abbiamo scoperto 72 inediti, tra cui 41 studi per flauto mai pubblicati. Ora stiamo coinvolgendo 41 flautisti italiani — tra cui Griminelli e Fabbriciani — ognuno curerà un brano con una nota interpretativa. È un progetto impegnativo ma meraviglioso.
Condivido questa esperienza con la mia socia, Nicoletta Bonzano, che cura tutta la gestione della casa editrice.
Hai collaborato anche a progetti di musica d’autore, come quello con Ricky Portera, chitarrista storico di Lucio Dalla.
Sì, è stata un’esperienza bellissima, nata quasi per caso e poi portata anche in concerto in giro per l’Italia. È stato un incontro fortunato, che ricordo con grande affetto. Non capita tutti i giorni di poter condividere un palco con un musicista che hai sentito suonare nei dischi, poi quella esperienza, come altre, mi riporta al ricordo di Paolo Deregibus, con cui abbiamo vissuto bellissimi concerti.
Invece, per quanto riguarda la musica suonata, il mio quartetto compie trent’anni il prossimo anno e stiamo preparando un concerto celebrativo. Continuo a suonare, ma con una convinzione: “non si suona gratis”. La musica è un lavoro e una passione, non un passatempo. E continuo a essere, come sempre, un curioso della musica.
by A fool on the hill

